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La Festa

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La festa di Santa Gemma


A Goriano Sicoli e nella valle subequana rivive un'antica tradizione, un rito femminile tramandato dai tempi in cui la terra e la vita erano rispettate.

I vicoli del centro storico del paese sono immersi nel silenzio.
Sono le tre e l’alba è ancora molto lontana. Eppure in questa notte che precede il primo di maggio non tutti dormono.

Qualche voce sussurra parole che si rincorrono nel buio; nella piazzetta spunta un gruppo di donne in attesa. Altre emergono dall’ombra. Una donna si avvia per le scale di un'umile dimora, la casa di Santa Gemma. È la comare, colei che dirige il lavoro che precede e accompagna la festa dedicata alla santa pastorella, incarcerata a vita dal Conte di Celano come punizione per aver osato resistergli.

È lei che accoglierà in questa stessa casa, come una madre, la giovane sconosciuta che arriverà dal paese di San Sebastiano e che resterà con lei per i tre giorni della festa, che si svolge dall’11 al 13 maggio, per poi ripartire di nascosto al mattino del terzo giorno, dopo riti e processioni.

Noi che veniamo dalla città siamo qui per osservare da vicino, per capire il senso di questa strana cerimonia
ricca di simboli religiosi e pagani, ma anche per lavorare; perché, questa notte, qui ci sarà lavoro per mani e braccia: si impasterà il pane di Santa Gemma, distribuito il giorno della festa dalle ragazze nubili del paese, dai loro tradizionali canestri.

Alla spicciolata, da sole o in piccoli gruppi, arrivano tutte: Antonina e Annetta, Cristina, Pasquina e Giustina, Paoletta, Maria, Carolina, Lucia, e tante Gemma. Alla fine saremo ventisette. Si accende il fuoco nel grande camino e intanto si preparano le prime caffettiere e i biscotti. Poi si comincia: già dal giorno precedente è stato preparato il lievito in un grande recipiente, tenuto al caldo sotto panni e coperte. La più esperta del gruppo, la più vigorosa, immerge le mani fino al gomito nella massa biancastra, e la mescola con calma; altre svuotano sacchi di farina dentro una madia enorme e lentamente viene aggiunta la pasta lievitata, cominciando a lavorare il primo impasto.

Intorno ai tavoli in fila, che occupano quasi tutta la stanza, ci allineiamo per dare vita a una sorta di catena
di montaggio: si rispettano scrupolosamente le regole, ognuna lavora il proprio pezzo di pasta solo per qualche minuto per poi passarlo alla vicina; perché il pane impastato da molte mani diverse raccoglie tante energie diverse e viene meglio, mi dicono.

Come non crederci? La pasta viene lavorata, poi tagliata in pezzi cilindrici e messa ancora a lievitare nella madia e poi sui tavoli; il primo pezzo che viene riposto ha la forma di un serpente. Un caso? Chissà. Tutta la massa verrà impastata di nuovo per tre volte, e alla fine i filoni di pane allineati sui tavoli saranno 208, il numero massimo che il forno del paese è in grado di cuocere. Il tocco finale è dato dalle tre tacche incise sulla
superficie che serviranno per spezzarlo in quattro parti, e dalla decorazione di pasta con le iniziali SG. Il pane di Santa Gemma è pronto per la cottura.
Prima di ricominciare, pizzelle fritte per tutte, pizza con il pomodoro appena sfornata e caffè. Poi via di nuovo a impastare.

Domani tutto si ripeterà, e in totale i filoni di pane saranno oltre mille; poi si passerà alle ciambelle dolci, quelle che orneranno le braccia della santa in processione, e infine ai biscotti.

La ricetta della ciambella è rigorosamente segreta. Inutile chiedere. Mi dicono che al momento di mescolare insieme gli ingredienti solo pochissime hanno il privilegio di assistere e partecipare del segreto. Perché anche di questo si tratta: di riti antichi, di segreti tramandati, di una festa dedicata a una giovane santa che nelle sue fasi più pagane ricorda in modo impressionante la vicenda narrata dal mito di Demetra e Persefone, come
ha scritto nel suo bel libro Paola Di Giannantonio.

Il mito che racconta della figlia rapita e portata negli inferi, e della madre che la cerca ovunque e che alla fine riuscirà a trovarla e a tenerla con se sulla terra per metà dell’anno: la primavera e l’estate, con i fiori e il
raccolto, e il grano regalato agli uomini e il pane sacro. Nell’altra metà dell’anno la terra sarà buia e fredda, ma tornerà a fiorire di nuovo quando Persefone tornerà, quando la fanciulla con il velo rosso arriverà in paese da lontano accolta da un’altra donna che per tutta la vita resterà la sua madrina, quando i serpenti mutano la pelle, quando la natura si risveglia e gli uomini sanno che ancora una volta il tempo ha seguito la sua curva immutabile.

È questa forza eterna dei simboli che celebrano la terra e la vita che oggi ci affascina e ci ha
richiamate in questo piccolo paese della Valle Subequana? È questo antico rito che ci racconta di una giovane intrepida che seppe resistere al suo persecutore? Oppure è il ricordo ancestrale di un tempo ancora
più antico, regolato dalla sapienza femminile e dalla sua sacralità? O soltanto il desiderio di condividere emozioni con altre donne in una notte di primavera?

Forse tutte queste cose insieme. Ma all’alba abbiamo la certezza di aver partecipato a qualcosa di unico e di significativo, che non dimenticheremo.


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